Rapporto annuale Istat 2018 - Il valore aggiunto delle reti

Pubblicata il: 06/06/2018

La 26esima edizione del Rapporto annuale sulla situazione del Paese dell’Istat dedica un ampio spazio al volontariato e al ruolo che questo ricopre nelle vite degli italiani. Nel capitolo dedicato allo studio delle reti emerge chiaramente l’importanza delle relazioni di solidarietà e cooperazione, cioè quel tipo di relazioni che legano le persone per far fronte a determinati bisogni della comunità: l’associazionismo, la rete di persone che rivestono il ruolo di volontari in associazioni, crea uno spazio relazionale e sociale che contribuisce a far stare bene le persone, sia i volontari, sia i beneficiari, creando un circolo virtuoso di dare e ricevere.

Nel 2016 le persone che hanno svolto almeno un’attività gratuita in forma organizzata sono il 13,2 per cento della popolazione di 14 anni e più: in questa quota sono comprese le persone che nel corso dell’anno hanno fornito il loro contributo in associazioni o gruppi di volontariato (10,7 per cento), in altro tipo di associazioni (3,5 per cento), in partiti o sindacati (1,1 e 0,8 per cento, rispettivamente). Dedicare il proprio tempo a qualche forma di attività sociale coinvolge il 14,8 per cento dei giovani tra 14 e 24 anni: la quota scende nella fascia d’età successiva, per molti caratterizzata dalla presenza di figli piccoli. Tocca il massimo tra i 45 e i 64 anni (15,2 per cento), per poi decrescere fino al minimo dopo i 74 anni (6,3 per cento). La partecipazione degli uomini ad attività gratuite è in generale maggiore di quella delle donne (14,1 contro 12,3 per cento), ma presenta un andamento molto legato alle fasi del ciclo di vita: le giovani donne tra i 14 e i 24 anni sono più attive rispetto ai coetanei (17,0 contro 12,7 per cento), ma a partire dai 35 anni sono invece gli uomini a impegnarsi di più, con una differenza di 3,2 punti percentuali (16,8 contro 13,6 per cento) tra i 45 e i 64 anni.

Il rapporto fra associazionismo e benessere è leggibile nella sua doppia natura: infatti da un lato le persone che stanno meglio con se stesse sono quelle che decidono più frequentemente, rispetto a chi condizioni soggettivamente meno soddisfacenti, di impegnarsi in attività di volontariato; dall’altro lato dedicarsi alle attività di volontariato soddisfa anche bisogni soggettivi, accrescendo così il proprio stato di benessere.

In quest’ultima prospettiva, le relazioni che si creano sono importanti perché offrono all’individuo che ne fa parte una grande varietà di informazioni e di contatti sociali, garantendo quindi un maggior sostegno e stimolando i volontari a offrire il proprio sostegno agli altri; in aggiunta ritrovarsi in un gruppo e la struttura associativa arricchiscono la rete di relazioni interpersonali e gli scambi sociali, offrendo occasioni per soddisfare il bisogno di socialità.
Fare del bene agli altri fa bene a sé stessi per molteplici motivi: svolgere attività gratuite in gruppi o associazioni permette di sentirsi utili, di migliorarsi, di accrescere le proprie abilità e competenze; permette, inoltre, di instaurare rapporti interpersonali gratificanti e, di conseguenza, di ampliare le proprie reti sociali. Dall’essere riconosciuti come volontari deriva quel positivo senso di sé che è alla base dell’equilibrio psicologico individuale. Va, inoltre, sottolineato -riorda l’Istat- che l’associazionismo, oltre a facilitare la socializzazione, ha anche una connotazione socialmente positiva; offre luoghi e momenti per identificarsi in una causa e perseguire i propri ideali.

Impegnarsi nel volontariato promuove quello che viene definito “invecchiamento attivo”, contribuendo a migliorare la qualità della vita una volta che vengano a mancare dimensioni importanti della propria identità, come il ruolo genitoriale (indipendenza dei figli) o quello professionale (pensionamento).

Oltre alla soddisfazione generale e per i vari ambiti della vita legati allo svolgimento dell’attività di volontariato, è possibile analizzare direttamente la valutazione che i volontari formulano sulla piacevolezza dell’attività che svolgono: il volontariato è un’attività ambivalente, infatti, pur essendo a pieno titolo una forma di lavoro, sebbene a titolo gratuito, che prevede lo svolgimento di attività del tutto simili a quelle svolte durante il lavoro retribuito o familiare, il fatto di essere un’attività liberamente scelta fa sì che i volontari abbiano un riscontro positivo addirittura superiore a quello dato alle attività di tempo libero. La piacevolezza -sottolinea ancora il rapporto Istat- assegnata ai momenti dedicati al volontariato emerge per tutte le persone che dedicano il proprio tempo ad altri, ma gli effetti maggiori si riscontrano in particolare nei punteggi assegnati dalle persone con risorse economiche scarse o insufficienti, dalle casalinghe, dalle persone in cerca di lavoro o con un basso titolo di studio, confermando come fare volontariato abbia ricadute positive soprattutto nelle persone a rischio di marginalità. La forza benefica dell’attività volontaria non si limita a rendere positivi i momenti in cui viene svolta, ma sembra pervadere anche la piacevolezza del resto della giornata: chi ha praticato volontariato ne assorbe positivamente gli effetti, rimanendo in una condizione di positività nel complesso della giornata.

Analizzando il giudizio per la vita nel complesso, la differenza tra i punteggi espressi dai volontari rispetto ai non volontari è netta: tra i primi oltre la metà ha espresso un punteggio di soddisfazione alto (tra 8 e 10), mentre la quota è del 40 per cento tra chi non svolge attività di volontariato. Chi si impegna manifesta, inoltre, una maggiore propensione all’ottimismo con una valutazione più rosea delle aspettative sul futuro: il 35,9 dei volontari crede che la sua situazione personale migliorerà, contro il 25,6 per cento dei non volontari.

Fare parte di un’associazione di volontariato, a seconda delle finalità delle associazioni, può avere effetti sia di tipo bonding, ovvero creare legami associativi “esclusivi”, che rafforzano i vincoli comunitari tra i membri del gruppo con effetti di chiusura verso l’esterno, sia di tipo bridging, ovvero legami associativi “inclusivi”, che contribuiscono a creare ponti con l’esterno, generando rapporti di fiducia che vanno oltre i membri dell’associazione. La maggior parte delle persone è degna di fiducia il 31,9 per cento di chi svolge attività gratuita contro il 18,1 per cento di chi non lo fa, anche a parità di alcune caratteristiche come il titolo di studio e la classe di età.

Il volontariato favorisce il rafforzamento di un clima di fiducia interpersonale da due punti di vista: da un lato avere un obiettivo comune ai fini dell’organizzazione fa sì che si crei un rapporto di fiducia reciproca per il raggiungimento di questo, dall’altro la percezione che in caso di bisogno ci siano persone disposte ad aiutarci rassicura circa la qualità dell’ambiente sociale e contribuisce ad attenuare la diffidenza verso gli altri.

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